Un libro di Jakob Petuchowski

di Massimo Giuliani

Vi fu un tempo, i primi secoli del secondo millennio, in cui i teologi e gli esegeti cristiani riconoscevano senza imbarazzo la grande competenza dei rabbini in materia di comprensione della Bibbia. Sapendo che i testi sacri sono stati pensati e tramandati in ebraico, i conoscitori di quella lingua non potevano che essere i naturali custodi dei loro significati. Ciò divenne ancor più evidente dacché il mondo ebraico della penisola iberica riscoprì, nel solco dell’islam e del movimento caraita ( VIII-XIX secolo), la centralità del testo biblico e approntò le prime grammatiche della lingua sacra, che stimolarono uno studio che oggi chiamiamo storico-filologico ma che altro non era che un’inedita sensibilità alla bellezza delle lingue semitiche, povere in concettualità ma ricche di immagini, simboli ed espressioni colorite. Quelle prime grammatiche vennero scritte, a cavallo tra i due millenni, in arabo ossia nella lingua colta dell’epoca, alla quale però le nuove comunità ashkenazite (in Francia e in Germania) non avevano accesso. La svolta venne con il rabbino e poeta poliglotta Menachem ben Saruq, nel X secolo, che scrisse uno dei primi dizionari biblici con annessa grammatica appunto in ebraico, opera che esercitò nei decenni successivi un’enorme influenza su Shlomò ben Itzchaq, noto come Rashi, il maggior commentatore ebreo della Torà e del Talmud di tutti i tempi. L’esegesi cristiana non tardò ad accorgersi del valore di quei commenti, che cercavano anzitutto il “senso letterale” dei testi sacri, e che solo a partire dal valore storico della lettera si avventuravano alla ricerca di sensi ulteriori: i significati allegorici, morali e mistici. Il biblista francescano Niccolò di Lira tra XIII e XIV secolo fu fortemente impressionato dai commenti di Rashi il quale, suo tramite, influenzò anche importanti traduzioni della Bibbia come quella di Wycliffe e persino quella di Lutero. Durante il Rinascimento gli umanisti cristiani, da Marsilio Ficino a Pico della Mirandola fino a Johannes Reuchlin, cercavano affannosamente studiosi ebrei che traducessero per loro manoscritti e testi sacri dall’ebraico in latino. Non è un caso che il primo libro stampato in ebraico (a Reggio Calabria, nel 1475) sia stato un commento di Rashi al Pentateuco… Questi e altri istruttivi fatti nella storia dell’esegesi sono ricordati dal rabbino riformato Jakob Petuchowski (1924-1991) nella sua antologia di letture ebraiche tradizionali della Bibbia, appena riedita da Morcelliana con il titolo Leggende rabbiniche. Come i nostri maestri spiegano la Scrittura (pagine 154, euro 13,00), che fa seguito e che completa la sua raccolta di pagine talmudiche, pubblicata dallo stesso editore l’anno scorso, con il titolo Storie rabbiniche. I nostri maestri insegnavano. Entrambi i volumi hanno presentazioni di Paolo De Benedetti, il biblista astigiano che contribuì a far conoscere questo studioso in Italia. Petuchowski appartiene all’ultima generazione dei grandi maestri ebrei nati a Berlino alla vigilia dell’ascesa del nazismo e che riuscì a scampare alla Shoà fuggendo in Scozia, a 14 anni, ma lasciandosi dietro la madre che morirà in un campo di sterminio. Cresciuto ortodosso, si formò accademicamente nelle istituzioni del giudaismo riformato degli Stati Uniti, all’Hebrew Union College di Cinninnati, dove insegnò poi liturgia e teologia ebraiche. Come Abraham Joshua Heschel prima di lui, anche Petuchowski comprese la necessità di tornare alla spiritualità dei classici della tradizione ebraica, tra cui i suoi testi liturgici, e di gettare un ponte tra ebraismo e cristianesimo attraverso queste antologie dei commenti e di midrashim rabbinici alle Scritture. In tal modo continuava, come detto, una lunga storia che risale al medioevo e all’umanesimo europeo. E in ciò può essere accostato a Martin Buber, forse il primo ad aprire i tesori del chassidismo e dell’esegesi ebraica al pensiero occidentale moderno. Ma mentre Buber preferì rivolgersi soprattutto al mondo filosofico e laico, Petuchowski si propose di riappassionare lo stesso mondo ebraico ai temi centrali della tradizione: la fedeltà all’alleanza sinaitica, il recupero dell’osservanza delle mitzwot (i precetti), lo studio diretto della liturgia riscoperta come sorgente di pensiero teologico. Tutto ciò senza comunque rinunciare ai valori della soggettività e della libertà di coscienza tipici dell’età contemporanea. Ha scritto questo rabbino: «Se il XIX secolo ha sentito la necessità di dire all’ebreo quel che non doveva più fare al fine di sentirsi come tutti gli altri uomini, il XX secolo ha dinanzi a sé il compito di riportare l’ebreo alle fonti del giudaismo, al fine di renderlo consapevole della specificità della propria tradizione». Far conoscere questa tradizione anche al mondo cristiano è stata una delle missioni di Petuchowski, che nelle sue Leggende rabbiniche (dove per “leggende” si devono intendere le letture creative e più audaci dei maestri di Israele) non esita ad affrontare anche quei passi difficili, dinanzi ai quali le interpretazioni cristiane divergono radicalmente da quelle ebraiche, come il Salmo 2 oppure il famoso passo di Isaia 7, secondo il quale una vergine darà alla luce un figlio (vergine è alma in ebraico, tradotta in greco come parthenos e in latino virgo). Per il mondo ebraico si tratta solo di “una giovane donna”, essendo altro in ebraico il termine tecnico per vergine. Solo uno studio scientifico dei testi, disponibile all’ascolto reciproco, può illuminare quei versetti che per secoli sono stati causa di conflitto teologico tra le due fedi. Non ultimo, tra i meriti di Jakob Petuchowski c’è quello di aver accorciato le distanze tra ebrei e tedeschi, in anni in cui la memoria del nazismo condizionava ancora pesantemente i rapporti tra quei due mondi. Fu un uomo capace di studi rigorosi, di fedele osservanza e di sincero dialogo, cose che non tutti riescono a fare simultaneamente.

Massimo Giuliani

Fonte: https://www.avvenire.it/agora/pagine/leggere-le-scritture-con-i-maestri-di-israele

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